Un'idea di infanzia
Qual è l’idea di infanzia che l’infanzia stessa possiede?

Per i professionisti che operano nella relazione con bambini e bambine (inserendo in tale perimetro di età anche l’onda lunga della preadolescenza, terreno sdrucciolevole di confine), una delle attività a mio avviso più interessanti è la possibilità che viene data di riflettere sullo scarto tra percezione e memoria di sé. Ogni attività didattica che si ponga lo
scopo di accompagnare gli studenti ad una consapevolezza identitaria (non soltanto attraverso la verbalizzazione, scritta e orale, ma penso anche ai percorsi che può assumere l’Arte, oppure la Filosofia per i più grandi) gioca sull’accesso all’area del ricordo rielaborato.
Per questo motivo, Contare le stelle (Salani) è l’opera, tra le molte, di David Almond che - più delle altre - vedrei perfettamente utilizzabile per costruire un percorso antologico che possa aiutare gli studenti 11+ a delineare con maggior acutezza i punti-cardine intorno ai quali si va a costruire la propria immagine del mondo.
L’autore stesso afferma il senso della sua opera, sin dall’Introduzione:
“Queste storie riguardano la mia infanzia. Parlano delle persone con cui sono cresciuto, delle nostre speranze e delle nostre paure, delle nostre tragedie e delle nostre gioie. Descrivono un’epoca ormai passata e un luogo ormai cambiato. Riportano in vita coloro che sono scomparsi, facendoli di nuovo camminare e parlare nelle pagine di un libro. Come tutte le storie, mescolano il ricordo al sogno, il reale all’immaginario, la verità alla menzogna. E forse, come tutte le storie, cercano di rimettere insieme ciò che è ormai diviso, di riscoprire ciò che è andato perduto”
Quale più ferma definizione potremmo trovare di quelle che sono le storie?
Quale più sincera e poetica allusione all’analogia tra costruzione di una storia e costruzione/scoperta di una identità?
All’interno di un percorso antologico pienamente dedicato alla didattica orientativa, Contare le stelle offre tante possibilità - quante sono i racconti brevi dei quali è costituito - di aiutare il ‘giovane adulto-che-si-sta-compiendo’ a togliere la polvere (dolce, apparentemente innocua ma falsa nella sua sostanza) che spesso ammanta alcuni dei ricordi d’infanzia, e a mettere invece in luce i cardini intorno ai quali l’identità si avvolge.
Sono i perni che, in ognuno dei romanzi di Almond, possiamo rinvenire; tuttavia Contare le stelle offre l’impagabile occasione di riportarli tutti, in modo esplicito.
Uno su tutti, il principale e il più denso - perché è il rocchetto di ogni esistenza e perché mai come nell’infanzia si ha il coraggio di tenerlo in mano: la morte.
David Almond compie, in questa sua opera, la più meravigliosa delle operazioni per un autore (infatti è forse l’unica che dia senso alla scrittura): fare della morte il soggetto di una vita. Di tutte le vite.
Trasformare cioè l’apparente distruzione in sorgente di identità, in costruzione.



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