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Quello che (non) so sull'amore

13 feb
Tempo di lettura: 2 min


All’incirca una settimana fa, suonava più o meno così la slide con la quale avevo voluto concludere il primo di due incontri rivolti ad alcune classi terze - secondaria di primo grado - all’interno di un percorso dedicato all’Educazione alle relazione e all’Affettività:

Entrare in relazione con le cose e le persone si dice AMARE

(ne ho scritto più estesamente qui)


Il verbo “amare” è davvero l’oggetto linguistico che traduce, in uno sconfinato campo semantico, la competenza neurolinguistica chiave: la capacità di creare relazione tra il Sé e il mondo. 

Non è bellissimo intendere l’amore - che infatti si manifesta in tutta la molteplicità delle sue forme - come il ponte, il simbolo, che ci mette in collegamento con la realtà tutta e che descrive la corrispondenza che con essa abbiamo? Una corrispondenza che sempre oscilla tra i suoi estremi e che si fa, a turno, mancanza, desiderio e nostalgia. Che può diventare lontananza e rispetto così come (ahinoi…) possesso.


“Orsù, disse Socrate, riassumiamo le cose dette. Forse che in primo luogo Eros non è amore di certe cose e poi di altre di cui si dovesse sentire la mancanza?”

(Platone, Simposio, 200e 7-9)


Vivere di e per relazioni significa allora accettare il concetto cruciale di ogni rapporto di relazione: la mutevolezza. Non a caso, l’elemento che è la conseguenza principale della neurolinguistica del simbolo - l’identità individuale - vive di una continua variazione di sfumature che la mente trasforma in una ‘illusione di costanza’.


Tale qualità della mutevolezza viene poeticamente evocata da Luca Tortolini e Marco Somà in quello splendido titolo del catalogo di Terre di Mezzo che è Quello che (non) so sull’amore.


“Ho sentito dire che l’amore si mostra sotto forme diverse.

Che può avere l’aspetto di un gatto.

Di una bambina che gioca.

Di una carezza sul volto.

Che l’amore porta con sé più domande che risposte.”


L’amore non è altro che una chiave interpretativa della realtà, è lo strumento che (istante per istante, nelle diverse età della vita) consente di fare esperienza della corrispondenza, della risonanza tra le corde identitarie e il mondo che è ‘là fuori’.


Compiutamente, infatti, l’amore è un linguaggio.


Nell’albo di Tortolini-Somà lo spessore di ‘amore’ come possibilità che il soggetto possiede di tradurre la realtà emerge come scelta di stile: se, nelle prime pagine, la narrazione esplora le declinazioni che l’amore si dà (persino quella più drastica della sua negazione), la seconda parte del testo è costituita esclusivamente da domande.

Il lettore - piccolo o grande che sia - viene invitato a chiedersi se l’amore sia un’illuminazione del momento oppure un sentimento da coltivare, se le sue fattezze siano sempre evidenti nelle opere che abita, se si conceda a tutti oppure soltanto a pochi fortunati, se assuma sempre la stessa forma, se si mantenga stabile nel tempo.


Le stesse domande che l’umanità si pone da sempre e che a turno la poesia lirica e la filosofia presero a sollecitare.


Commenti


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