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Poeti dell'esilio

  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Nostalgia” è la parola che sin dall’inizio sapevo avrebbe simbolicamente aperto le danze, all’interno di questo percorso.

La ragione è duplice.


La prima delle due facce è rappresentata da un ricordo.

Ero al liceo, credo si trattasse di una delle prime ore di filosofia. Era una disciplina che decisamente non trovavo corrispondente a me (buffo e misterioso che, una quarantina di anni dopo, essa sia invece diventata il mio destino): il mio cervello si sforzava di seguire il professore nei sentieri che imboccava e che ci indicava con il braccio, ma vi era sempre (e questo accadeva più presto che tardi) un momento nel quale alzavo lo sguardo dai miei passi, mi guardavo intorno… e mi accorgevo di essere rimasta assolutamente da sola!


Durante una di quelle lezioni iniziali - e non ricordo né il perché né il come - il professore si soffermò su una parola. Per sfogliarla e scoprirne il cuore, egli ce ne offrì l’etimologia. 

La parola era quasi una sinestesia; il connubio tra un’azione motoria - nostos, l’atto del ritornare - e una sensazione - algos, il dolore, la sofferenza. Decenni dopo avrei imparato che era stato un medico (guarda caso!), nel 1688, a creare questa sorta di “chimera neurologica”: la scarica elettrica che corre lungo il nervo e conduce alla contrazione muscolare insieme a quella che, in direzione opposta, corre dalla periferia al centro e porta l’informazione del dolore provato.

Potrei descriverti che tipo di luce irrompeva, quel giorno, dai finestroni eleganti di quel palazzo di fine Ottocento, la prospettiva dalla quale ascoltavo attenta la lezione, l’espressione sul volto del prof. Mi sembra di riconoscere l’intonazione bassa e flebile della sua voce. Ricordo ogni cosa, di quella mattina, di quell’ora di filosofia.

Ci si può innamorare di una parola? Così, seduta stante? Può esistere il coup de foudre nei confronti di un suono che è storia, di tutti e di ognuno?

A quattordici anni avevo intuìto che con la nostalgia avrei avuto a che fare per tutta la vita. Anzi, che avrei desiderato sempre averci a che fare.

E questo mi conduce alla seconda delle ragioni per cui ho scelto ‘nostalgia’ come Musa di questo mio primo canto.


Si entra in classe per nostalgia.

Si decide di diventare insegnanti mentre si soffre intensamente per il desiderio di tornare

Si accetta (persino si sceglie, a volte!) di studiare e di affrontarne tutta la fatica per tentare di lenire un dolore.

Ma di quale sofferenza sto parlando? A quali terreni uno studente, un docente vorrebbe tornare?


Mi piace definire un insegnante come colui che testimonia la nostalgia del significato.


Baudelaire scriveva della sua “nostalgie du pays qu’on ignore”, quella lontananza da qualcosa che non possediamo ancora e nemmeno - forse - abbiamo mai incontrato. Una sorta di nostalgia a ritroso, una contraddizione in termini, un paradosso. Eppure, nella mia personale esperienza - di studio e di insegnamento - così come nel ricordo vivido di tutti i giovani volti che ho avuto davanti, in questi ultimi quasi trent’anni, mi dico che è questa nostalgia ciò che regge i muri delle nostre scuole. 


“L’esilio non cancella il riverbero di quel che è prima e oltre l’esilio, anzi fa di quei riverberi una presenza insieme dolorosa e necessaria”

(Antonio Prete, Trattato della lontananza)


[Permettimi una digressione… Se puoi, se ancora non l’hai fatto, acquista quanti più volumi riuscirai di Antonio Prete. Un autore straordinario, un docente straordinario. A riprova di quanto solo la grandezza d’animo e culturale sappia accompagnarsi all’umiltà, una quindicina di anni fa egli rispose in un batter d’occhio alla e-mail che una (più giovane!) docente di matematica e scienze di un paesotto brianzolo gli inviò, per sottoporgli un commento che la lettura di uno dei volumi del Professore le aveva suscitato. Il caso volle che, in quei giorni, Antonio Prete si trovasse a Milano ed io… mi ritrovai a bere un tè con un docente universitario, un celebre autore e studioso, in un vecchio locale di fronte alla Scala. Non posso dire che parlammo, no. Io ascoltai quell’anziano ed elegante signore raccontarmi delle traduzioni che aveva affrontato nella sua carriera, degli autori che aveva tentato di rendere nella nostra lingua. Ascoltavo e speravo di trattenere nella mia memoria quanto più mi fosse possibile]


Anche in quell’occasione provai quella impossibile nostalgia per tutto ciò che non avrei mai potuto sapere, incontrare, conoscere. Autori del passato, della storia della letteratura francese, che Prete in quel momento riportava in vita con le sue parole e che a me erano preclusi per sempre. Come non provare una infinita sofferenza per le vite che non abbiamo vissuto? Per le conoscenze che ci sfuggiranno per sempre?


Mi piacerebbe così tanto che questa visione fosse la narrazione che oggi venisse in ogni angolo, da ogni piattaforma, dedicata alla scuola; mi piacerebbe che i ragazzi e le ragazze che quotidianamente affrontano i loro (sudati) studi venissero raccontati non come mosche bianche o protagonisti da urlo di performances da elogiare, burattini in lotta contro il tempo, ma come uomini e donne (o futuri uomini e donne) che sono - giorno per giorno - feriti da ciò che non sanno e non conoscono.

Mi piacerebbe anche, però, che i ‘professionisti dell’istruzione’, i docenti, si fermassero molto più spesso a riflettere che senza la scintilla della nostalgia, nessun movimento attivo può essere innescato negli studenti. Ed anche, mi piacerebbe che venisse concesso loro il tempo di fermarsi a riflettere, invece di inondarli di carte da compilare e di costringerli a piccole ripicche per sopravvivere.


La scuola e l’incontro che facciamo con le discipline, ad ogni età, sono per noi opportunità di accorgerci che c’è moltissimo oltre i nostri confini, che vi è un eccesso di realtà che esula da ciò che sappiamo, che siamo o che crediamo di essere. La cultura è una splendida occasione di crescere in umiltà, contrariamente a quanto si possa sentir dire. Prima penso di avertelo dimostrato, attraverso il mio ricordo del bar Verdi.

Studiare - anche a venti o cinquant’anni - è il tormento che andiamo a cercare e che accettiamo di provare pur di conoscere quel modo - di descrivere le cose, di vederle, di dire noi stessi - che ancora non abbiamo incontrato né sperimentato.

Il modo è il linguaggio. Anzi, i linguaggi: l’arte come la matematica e la musica e le letterature di ogni epoca. 


Di nostalgia non si può guarire, ahimè. I paradisi dell’infanzia - che da Baudelaire in poi abitano le nostre memorie più dolci e più amare - possono tornare a vivere, sì, ma solo nel linguaggio. Lo fanno in quell’immaginare che si fa musica in un verso o ritmo in una pennellata. 

Il tempo perduto - finito e irreversibile - si può anche ritrovare. Ma solo nel tempo del racconto.

Quando la narrazione si nutre di nostalgia, ecco nascere il tempo del linguaggio.


“Linguaggio: diamoci, e diamo al reale, un nome. E teniamoci così ben ancorati all’esistere”

(Andrea Marcolongo, Alla fonte delle parole)


Commenti


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