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Il momento degli addii

22 gen
Tempo di lettura: 2 min
“Perché come avviene per l’albero, non sai nulla dell’uomo se lo estendi nella sua durata e lo scomponi nei suoi diversi elementi. L’albero non è seme, poi stelo, poi tronco flessibile, poi legno secco. Non bisogna scomporlo per conoscerlo. L’albero è quel potere che lentamente sposa il cielo. La stessa cosa avviene per te, mio piccolo uomo. Dio ti fa nascere, ti fa crescere, ti colma successivamente di desideri, di rimpianti, di gioie e di sofferenze, d’ira e di perdono, e poi ti richiama a sé. Tuttavia tu non sei né quello scolaro, né quello sposo, né quel bambino, né quel vecchio. Tu sei colui che si compie."

(Antoine de Saint-Exupéry, La saggezza delle sabbie)





Riporto qui le parole che, molti anni fa, lasciai ad una mia classe terza.

Carissimi, carissime…

mi sono molto interrogata su come salutarvi nell’ultimo giorno di questa nostra triennale ‘frequentazione’. 

Alla fine, ho scelto di attingere a quella che considero l’unica risorsa possibile: la cultura che si fa linguaggio.

Ho pensato a quel  brano di Saint-Exupéry perché evoca a mio avviso perfettamente la relazione che può esistere, nella scuola media, tra un insegnante e i suoi alunni. Lo stesso genere di relazione che in questi tre anni ho lavorato per generare con ognuno di voi.


E dunque che cosa ho saputo, io, di voi?

Vi ho guardati mentre eravate seme o fusto? 

Avevo in mente una durata entro la quale avrei dovuto vedervi crescere?

Che cosa mi aspettavo?


Un adulto che accompagna un ragazzo, una ragazza a diventare grande fa sempre fatica a rispettarne i tempi; sicuramente vi avrò - spero soltanto a volte - fatto sentire non riconosciuti nella vostra velocità di crescita. Vi chiedo scusa di questo, di questo non avere avuto la pazienza di aspettarvi.

A mia parziale discolpa potrei dire che “avevo soltanto tre anni” per vedervi diventare giovani uomini e giovani donne. E se anche lo avrò soltanto intuìto in modo fugace, vi assicuro che ognuno di voi mi ha lasciato ben capire chi diverrà fra qualche anno.

E di questo “chi”, dei miei venticinque “chi”, posso proprio dire di essere molto fiera.

Si tratta di una fierezza che non contempla nemmeno per la minima parte quanto siate diventati abili in matematica o quanto sappiate dell’Universo. Quello che posso pensare di aver contribuito a fare è di avere aiutato ognuno di voi a scoprire che cosa vorrà diventare. E questo mi rende felice.




A tutti e tutte, ad ognuna delle persone che già siete, sovrappongo il mio augurio - per questo vostro futuro che da adesso si apre e che si svolgerà lontano da me - a quello di Italo Calvino: 


"Scegliere ad ogni istante nel caos dei mille movimenti possibili quello e quello solo che era giusto e limpido e lieve e necessario, quel gesto e quello solo, tra mille gesti perduti, che contasse"


(Italo Calvino, Gli amori difficili)



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